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Salice, il paese concettuale di Pavese e il punto di vista di Dio

Ho iniziato a scrivere di Salice mettendo prima, in riproduzione, l’intro di un disco di Roberto Vecchioni, “Calabuig”, che comincia così: “Il solito viaggio dell’intellettuale decadente, romantico alla ricerca di orizzonti più limpidi e di valori più autentici, più profondi, più umani”.
Da qui mi riconduco al famoso aforisma di un altro grande autore italiano, questa volta della letteratura, Cesare Pavese, il quale disse:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Sono queste le due condizioni che mi hanno spinto, dopo aver delineato le bellezze di grandi città come Genova e Torino, a raccontare di Salice, un piccolo villaggio della comunità montana dei Peloritani messinesi, una realtà speciale che merita di essere conosciuta.
Salice, come buona parte dei borghi montani messinesi, nasce nell’alto medioevo sia per via di lottizzazioni reali di terre concesse a feudatari aristocratici, sia per la scelta da parte di movimenti monastici ascetici, di stabilirsi tra il verde delle colline per adempiere al proprio ritiro spirituale. Tali luoghi erano preferiti per ragioni specifiche: i monaci, soprattutto i basiliani, ponderavano il territorio in cui stabilirsi, considerando la disponibilità di legna e di pietre atte all’edificazione dei loro monasteri e delle loro chiese; la vicinanza al mare, in questo caso, è fondamentale per il reperimento di materiale solido da utilizzare per le costruzioni edilizie e, nello special modo, una caratteristica e robusta pietra marina porosa e di fondale, spesso, fu utilizzata per realizzare monasteri e chiese durante il medioevo messinese (nel caso dei villaggi montani peloritani, la roccia veniva dai fondali di Rodia, borgo marinaro sul livello del mare limitrofo).

Visitata una piccola parte d’Italia, disincantato dal fascino di una vita metropolitana settentrionale ormai lontana, ho scoperto in Salice la funzione sociale del paese come rifugio sano da impietosi flashback, ritrovando nella ruralità, la genuinità e la creatività necessarie dalla fuga da una compiacente e melanconica dietrologia che, per molto tempo, mi ha lasciato in una immobilità tormentata e senza soluzione.
Un paese è anche salvezza: l’economia e la politica odierna guardano all’introverso tradizionalismo di una comunità come un allarmante indice di arretratezza; insensibili, tali discipline ignorano come il paese salvifichi nella sua integrità quei sani valori che il progresso, tradotto nella stereoripante visione ugualitaria e capricciosa della moda e nell’egoistica pretesa di diritti sempre nuovi, separati da una coscienza del dovere (perciò, motivo di decadente insoddisfazione e annullamento), avvilisce la vita cittadina, da cui si fugge per via di un sentimento che le succitate parole di Vecchioni e di Pavese descrivono perfettamente.
Salice, inoltre, ha un potere cronologico unico, per cui il tempo può solo fermarsi o ritornare, ma mai scorrere. Il giorno e la notte salicesi, il canto del gallo mattutino, l’armonioso albeggiare e la spettacolarità dei tramonti sono motivo di contemplazione per il visitatore dal gusto d’eterno che, da quella media altura collinare, lascia godere dell’inalterata e millenaria armonia tra uomo e natura. Nel mio profondo affetto verso questo borgo sento (conscio dell’accesa religiosità che, chiaramente, un perfetto equilibrio non può, se non per gratitudine, manifestare) che Salice sia uno dei punti di vista del mondo di Dio.

 

Non si può parlare di Salice senza raccontare il Salicese, uomo di spirito e creatività, donna di tempra, di fede e di caparbietà. Queste sono le accezioni che ho potuto riscontrare nei miei numerosi e piacevoli ritorni a Salice, una comunità viva ed animata da feste e cerimonie in cui si denota la creatività popolare. Dalla sfilata dei carri di carnevale al magico presepe natalizio rievocativo degli anni ’50, il salicese incarna perfettamente la vocazione del poeta che, proprio a metà del 1900, Danilo Dolci, sociologo, attivista e poeta siciliano, così definì: “Il poeta dev’essere una leva sociale per muovere, laddove qualcosa manca, ciò che già esiste in un luogo e che merita espressione”. È il salicese che si rende storia e si racconta in ogni evento popolare, anima spontanea di questo borgo.
Salice conserva, inoltre, testimonianze architettoniche medievali e moderne: dai resti di una cattedrale del XIV secolo, ad un forte, passando per l’aristocratico ma fatiscente Palazzo Pettini (XVII secolo), ricco di fregi ed edificio dal necessario bisogno di recupero per il valore storico moderno territoriale che rappresenta. Da menzionare, inoltre, le due chiese di S. Maria delle Grazie e di S. Stefano Juniore, patrono locale, così come degne di nota, nella piazza sono la colonna votiva e la fontana del XV – XVI secolo.

Ciò che più affascina di Salice è, però, a mio avviso, il panorama selvatico di macchia siciliana su cui si affacciano alcuni vicoli, mentre altri, rivolti sul versante della collina, si spalancano nella natura più incontaminata degli strapiombi, ricordando alcuni passi di “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, più ricco, nel confronto, Salice di Gagliano  di uno scenario naturalistico tra mare e monti diverso dalle distese argillose degli scorci lucani del romanzo.
Dalle metropoli d’Italia al gattopardismo messinese comunque freneticamente urbano, Salice è il sicuro rifugio che equilibra l’animo di chi, parafrasando Vecchioni, è alla ricerca di orizzonti più limpidi e di valori più autentici, più profondi e più umani, accezione da preservare con la stessa cura che si riserva a un fiore e delicata virtù da difendere.

Francesco Tamburello

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